Vita

«El sur Carlo milanes»

Carlo Antonio Melchiorre Filippo Porta nacque a Milano il 15 giugno 1775 da Giuseppe Porta (1728-1822) e Violante Gottieri (1744-1785). La casa di famiglia si trovava nella parrocchia di San Bartolomeo, di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola in Corso di Porta Nuova, l’attuale via Manzoni.

Il padre Giuseppe ricopriva la carica di cassiere dell’istituto per il credito pubblico asburgico, il Monte di Santa Teresa. Carlo ebbe due fratelli maggiori, Baldassarre (1766-1833) e Gaspare (1770-1840) e cinque sorelle, tutte morte alla nascita o in tenera età.

Spentasi la moglie dopo lunga malattia nel dicembre del 1785, il padre affidò Carlo al Regio imperial Collegio de’ Convittori di Monza, dove il ragazzo ottenne brillanti risultati nei corsi di Grammatica, Umanità e Retorica.

Uscito dal collegio il 16 agosto 1792, per volere del padre dovette avviarsi all’attività di contabile, interrompendo suo malgrado gli studi. Risalgono a questi anni i primi tentativi poetici in italiano e in latino, oggi perduti, grazie ai quali riuscì a ottenere il diploma di arcade. Attratto dal dialetto natio, sul finire del 1792 pubblicò El lava piatt del Meneghin ch’è mort, un lunario per il 1793 dove si leggono suoi testi in milanese, sia in prosa sia in poesia. Di un secondo lunario, compilato l’anno successivo, non si conoscono copie superstiti.

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L’arrivo dei francesi a Milano, il 15 maggio 1796, ebbe pesanti ripercussioni sull’agiata tranquillità della famiglia Porta. Il padre Giuseppe, fedele servitore dell’impero asburgico, perdette il suo impiego. Sul finire del 1798 Carlo lasciò la Repubblica Cisalpina e raggiunse il fratello Baldassarre nella Venezia austriaca. I due, impiegati presso l’Intendenza di finanza, alloggiavano in Calle dei Balloni, al n. 2.

Il periodo trascorso in laguna, segnato dalle difficoltà economiche e dalle frizioni famigliari, si rivelò ricco di stimoli per Carlo, che si cimentò nella scrittura di versi in veneziano e allacciò un’intensa relazione amorosa con Andriana Diedo, moglie separata di Andrea Corner. Col ritorno degli austriaci, nella primavera del 1799, Carlo rientrò a Milano, stabilendosi nella casa in contrada degli Omenoni al n. 1723, dove la famiglia risiedeva da qualche anno. Trovò lavoro presso l’Intendenza generale delle finanze di Lombardia, ma fu licenziato dopo la vittoria di Marengo, che rese di nuovo i francesi padroni del Nord Italia.

Venne allora assunto presso una ditta di forniture militari gestita dall’ambiguo Giuseppe Manara. Un impegno oneroso, che lo indusse a declinare la nomina a socio dell’Accademia letteraria milanese, forse anche per ragioni di prudenza politica.

Arruolato nella Guardia Nazionale, riuscì a farsi dispensare dal servizio («forti cardialgie recurrenti con sintomi pericolosi», scrisse nella domanda di esonero). I problemi di salute non gli impedirono tuttavia di fondare l’allegra “Società delle Ganasse” e di frequentare assiduamente il Teatro Patriotico (poi dei Filodrammatici), dove entrò in contatto con le idee di libertà e uguaglianza che ispiravano i suoi animatori; qui intraprese una brillante carriera di attore, soprattutto in ruoli comici (recitò nella Locandiera, nei Conti di Agliate, in Teresa la Vedova e nel Ciarlatano maldicente).

Se il clima politico era di grande incertezza, non diversa risultava la situazione umana e professionale di Porta: terminato l’impiego presso Manara tornò sotto l’ala del padre, col quale i rapporti erano sempre più tesi. Nel 1802 si risolse comunque a entrare nel banco privato paterno “Zanca, Porta e C.” (poi “Giuseppe Porta e figli”), dove era impiegato anche il fratello Gaspare. Nel giugno dello stesso anno avviò una relazione amorosa con Luigia Mainardi, detta Bigia, che si protrasse fino al 1804.

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Nell’ottobre del 1804 Porta venne assunto come sottocassiere nell’Ufficio di liquidazione del debito pubblico, che nel 1806 sarà ribattezzato Monte Napoleone. Il nuovo impiego era stato favorito dall’amico e suo superiore Carlo Casiraghi. In segno di ringraziamento Porta gli dedicò il primo canto della versione in milanese dell’InfernoIl lavoro sui versi di Dante, iniziato nel 1801, proseguì tra interruzioni e riprese fino al 1805, senza che Porta riuscisse a portarlo a compimento: furono infatti volti in milanese solo il primo canto dell’Inferno e alcuni frammenti dei successivi.

L’ingresso nell’amministrazione finanziaria napoleonica favorì nell’aprile del 1806 il concorso nella stesura dell’Adress de Menegh Tandoeuggia, lettera in versi indirizzata dal pittore e amico Giuseppe Bossi al viceré Eugenio di Beauharnais.

 Il 23 agosto dello stesso anno Porta sposò a Carpesino, nei pressi di Erba, Vincenzina Prevosti (1778-1860), vedova di Raffaele Arauco, ministro delle finanze della Repubblica Cisalpina. Figlia di un gioielliere, la moglie poteva godere della ricca pensione del marito e di una villa a Torricella d’Arcellasco.

Gli sposi andarono a risiedere nella casa della famiglia Porta in contrada degli Omenoni, soggiornando di frequente anche nella casa di Monza, acquistata dal padre ai tempi della prima Cisalpina. Il 28 agosto del 1807 nacque il primogenito Giuseppe. A distanza di un anno Vincenzina diede alla luce Giovanni Battista. Il bambino venne affidato a balia a Rho ma morì qualche mese più tardi.

In città la sua fama di poeta in milanese andava lievitando, sebbene non avesse dato alle stampe altro che qualche componimento d’occasione fino al 1810, quando pubblicò il Brindes de Meneghin all’ostaria per il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Austria.

Alla fine dell’anno, su indicazione del ministro delle finanze Giuseppe Prina, Porta lasciò il Monte Napoleone per trasferirsi presso il Pubblico Tesoro. Un anno più tardi l’intera famiglia si trasferì al n. 853 di contrada del Monte.  Il 5 dicembre nacque la figlia Anna Alessandrina, detta Annetta.

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Nella primavera del 1812 Porta si recò a Mantova per ispezionare gli uffici finanziari del Dipartimento del Mincio. Agli stessi mesi risale la composizione del primo monologo affidato a un popolano, le Desgrazzi de Giovannin Bongee, seguite alla fine dell’anno successivo dalle Olter desgrazzi. Sempre del 1812 è Ona vision, parodia delle “visioni” celesti.
Al termine dell’estate la moglie lasciò Milano e raggiunse il lago d’Orta in cerca di riposo. Porta preferì la compagnia degli amici in Brianza: il rapporto con Vincenzina si era ormai incrinato.
Dopo le vacanze di Natale, passate con il fratello Gaspare e alcuni amici, nel 1813 abbandonò il Tesoro riassumendo l’incarico di vice cassiere al Monte Napoleone, meno remunerativo ma decisamente meno gravoso. Ciò diede nuovo impulso all’attività poetica: ne scaturirono le novelle fratesche Fraa Zenever, Fraa Diodatt e On miracol.
La circolazione incontrollata dei propri componimenti – letti e trascritti in salotti, caffè, palchi teatrali – al principio del 1814 spinse Porta a trascrivere in un quaderno tutte le poesie composte fino a quel momento. Dopo la morte del poeta questo manoscritto fu pesantemente censurato dal canonico Luigi Tosi.

La sconfitta dei francesi a Lipsia nell’ottobre del 1813 aveva intanto reso esplosiva la situazione politica. Il 20 aprile 1814 il ministro delle finanze Giuseppe Prina fu linciato dalla folla. Otto giorni dopo le truppe dell’imperatore Francesco I d’Austria entrarono in città.
Pur avendone apprezzato il riformismo e la politica anticlericale, Porta salutò con sollievo la partenza dei francesi, responsabili di troppe prepotenze e ruberie. Sotto gli Asburgo riuscì a mantenere il suo posto e anzi venne promosso al grado di cassiere generale. In quei mesi turbolenti fu più volte suo ospite Ugo Foscolo, che ricordò con gratitudine i momenti sereni passati nella casa di contrada del Monte.

Verso la fine del 1814 Porta avviò la trascrizione del corpus delle sue poesie su un secondo quaderno, in bella pergamena, con l’intento di farne dono al figlio Giuseppe (dopo la morte del poeta anche questo manoscritto fu manomesso dal canonico Tosi). Dello stesso periodo è la stesura dell’audace poemetto La Ninetta del Verzee, in risposta al Pepp perrucchee dell’amico Giuseppe Bossi.

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Nel 1815 si consolidò la relazione di Porta con Anna Vernetti (Annetta): quando il marito Luigi Bossi dovette rifugiarsi in Svizzera a causa del fallimento della sua società, fu il poeta ad occuparsi della donna e dei suoi tre figli, insieme al cognato Giuseppe Bossi, notissimo pittore. Morto quest’ultimo il 9 dicembre, Porta – nominato esecutore testamentario insieme a Gaetano Cattaneo – si impegnò nella gestione della sua consistente eredità.

Giungeva nel frattempo a Milano l’imperatore d’Austria Francesco I, insieme all’imperatrice Maria Luisa. Alto funzionario statale e ormai celebre poeta, Porta non poté rifiutare l’incarico di comporre un Brindes di benvenuto, nei panni di Meneghin.

Nel 1816 presero avvio le riunioni della «Cameretta», un gruppo di letterati e alti funzionari che si riunivano regolarmente in casa Porta a leggere versi, discutere di letteratura, politica, attualità. Ne facevano parte personaggi del calibro di Gaetano Cattaneo, Giovanni Torti, Giovanni Berchet, Ermes Visconti e Tommaso Grossi. Con quest’ultimo Porta strinse una solida amicizia, destinata a produrre preziosi frutti poetici confezionati a quattro mani.

Tra questi va forse annoverato anche la Prineide, poemetto che iniziò a circolare manoscritto e clandestino nella primavera del 1816, incontrando un successo travolgente. La paternità di queste sestine anonime, che attaccavano frontalmente la Restaurazione austriaca, fu attribuita dalla voce popolare a Porta.

In settembre Porta terminò la scrittura dei Dodes sonitt all’Abaa don Giavan, pungente risposta agli attacchi sferrati da Pietro Giordani sulle pagine della «Biblioteca Italiana» contro la «Collezione» dialettale allestita da Cherubini, che proprio a Porta aveva riservato l’ultimo volume della serie. Gli ultimi mesi dell’anno – che si chiuse con la nascita della figlia Maria Carolina Violante – furono dedicati alla messa a punto di una serie di componimenti destinati ad entrare in questo tomo, a cominciare dal Lament del Marchionn di gamb avert.

L’avvio del 1817 fu contristato dalle indagini della polizia sulla Prineide. Il caso si chiuse quando Tommaso Grossi in un drammatico interrogatorio confessò di essere l’autore. Porta dovette comunque subire una perquisizione e una reprimenda del direttore generale della polizia austriaca, il conte Antonio di Raab. Segnato dalla vicenda, in una memoria indirizzata al figlio giurò di non comporre più versi.

Nel frattempo era arrivato il visto della censura per la stampa delle poesie nella «Collezione» allestita da Cherubini, che tuttavia comportò numerosi tagli e correzioni. Dato il clima politico avverso, l’autore aveva escluso i componimenti più arditi, e lasciato al curatore la facoltà di modificare tutto ciò che ritenesse necessario. Nel maggio del 1817 videro così finalmente la luce le Poesie di Carlo Porta, unica raccolta pubblicata vivente l’autore.

Nella polemica tra romantici e classicisti Porta si schierò con i primi, suscitando l’entusiasmo di Berchet. Letta la parodia del canto XVI della Liberata approntata da Manzoni ed Ermes Visconti, volle provarsi a consolare Tommaso Grossi, ammiratore fervente di Torquato Tasso, con l’Apparizion del Tass. Ma il poemetto, nel quale tentò la corda del patetico, rimase incompiuto.

Incaricato di comporre in breve tempo un testo da rappresentare al teatro della Canobbiana per il Carnevale del 1818, Porta si rivolse all’amico Grossi. Dalla collaborazione dei due nacque la «comi-tragedia» Giovanni Maria Visconti. Gli attacchi contro la tirannide – sia pure medievale – non passarono tuttavia inosservati alla censura, che vietò la rappresentazione.

Provato dai continui problemi di salute, a maggio ottenne un mese di congedo e si recò a Genova, dove l’amata Anna Vernetti stava trascorrendo alcuni mesi di riposo dopo una grave malattia.

La nascita del «Conciliatore» rappresentò uno stimolo per tornare alla scrittura poetica, insistendo sul versante della critica sociale e politica. Ad ottobre era terminato l’amaro Meneghin Tandoeuggia al sciur don Rocch Tajana; il mese successivo Porta iniziò a lavorare a Il Romanticismo. Pubblicata nel febbraio del 1819 dopo un’attenta opera di revisione, l’epistola fu benzina sul fuoco nel dibattito letterario: il commissario di polizia Trussardo Caleppio stroncò le sestine di Porta su «L’Accattabrighe», mentre Carlo Gherardini fece circolare l’ingiuriosa Risposta di Madama Bibin.

Per nulla intimidito Porta compose una serie di Sonetti beroldinghiniani, imitazione caricaturale della vacua solennità dei classicisti. Il 1° marzo li fece recapitare a Manzoni, che riconobbe di primo acchito la mano di Porta e rispose con un sonetto scherzoso accompagnato da una quartina in milanese.

In primavera Porta compose La nomina del cappellan, satira sferzante contro il clero e la nobiltà reazionaria, e le Sestinn per le nozze Verri-Borromeo, scritte insieme a Grossi e ancora segnate dallo scontro con i classicisti, al pari della visione parodica La nascita del primm mas’c del cont Pompee Litta, ultimata in settembre.

L’impegno morale e politico di Porta trovò il suo apice nel 1820, prima con La preghiera (Offerta a Dio), poi con il Meneghin biroeu di ex monegh. In autunno provò senza successo a portare a termine il poemetto eroicomico La guerra di pret.

La gotta intanto si era aggravata irrimediabilmente. Dopo una ricaduta nell’ottobre del 1820 che lo costrinse a letto, Porta morì venerdì 5 gennaio 1821 («di febbre gastrica», secondo i registri della parrocchia di San Babila), circondato dai familiari e dagli amici più stretti. A pronunciare l’elogio funebre fu Tommaso Grossi, che qualche mese più tardi ricordò l’amico nelle commosse sestine In morte di Carlo Porta. Il corpo del poeta fu seppellito nel cimitero di San Gregorio.

Fotografie dei cimeli di Palazzo Morando © Paolo Pioltelli